PROGETTI MESSI IN SCENA con gli allievi

Betty Il Bacio della Mummia

Betty Il Bacio della Mummia

disturbo della quite pubblica

disturbo della quite pubblica

Frontiera Donna

Frontiera Donna

2019 / IL BACIO DELLA MUMMIA 

Il Bacio della Mummia (il riferimento è al film con Boris Karloff) è uno spettacolo che si addentra nei sotterranei: la vita di due precari di un mondo che la gente fa spesso l’errore di considerare privilegiato. Al è un comico che non riesce ad avere successo, Bess, una ballerina non più giovanissima che non ha sfondato. La coppia vacilla per la fragilità sociale in cui si trova e le rispettive frustrazioni si amplificano nello spoglio focolare domestico.  La loro storia potrebbe svolgersi in qualsiasi città del mondo perché i due protagonisti sono gli archetipi di quella stessa sete di riconoscimento che travalica le frontiere. Tra l’incombenza di un provino e una serata andata storta in un locale, i due finiscono per rinfacciarsi l’incapacità di stare al mondo e, quasi senza volerlo, si separano. Bess tenta di forzare i propri principi morali finendo a letto con un produttore, ma neanche questo le vale la firma del sospirato contratto. Al, da parte sua, una volta persa l’ammirazione e l’appoggio di Bess, si sbriciola lentamente e rotola nell’indigenza riducendosi a fare da acting coach a dei senza fissa dimora  che si arrangiano con degli espedienti. Ci vuole la notte di Capodanno perché si ritrovino casualmente dietro le quinte di un veglione a cercare un senso al loro rapporto e al loro futuro.

In altri tempi, se avessi potuto proporla a Jack Lemmon e Shirley McLaine questa commedia avrebbe avuto i suoi interpreti ideali, sempre che Billy Wilder non avesse deciso di dirigerla di persona. Nel qual caso, mi sarei fatto umilmente da parte. Oggi, che sono trascorsi un po’ di anni e quelle commedie a orologeria non sa scriverle più nessuno, si avvicina di più alle impietose atmosfere che popolano i testi di Sam Shepard.

2018 / DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA 

La ricerca condotta da Cassavetes attraverso i suoi film ha sempre costituito un punto di riferimento per il mio lavoro con gli attori. Quando da studente ho visto “Shadows” mi sono detto che nel bianco e nero di quei personaggi sbalestrati e inconcludenti c’era qualcosa di diverso da tutto quello che avevo visto prima, un solco di autenticità che era stato tracciato una volta per tutte e da cui non si poteva più tornare indietro. L’imprevedibilità degli snodi nelle situazioni che Cassavets mette in scena non sono mai il risultato di un artificio, ma il frutto di un’esplorazione profonda dell’umanità dei suoi complici, Gena Rowlands, Peter Falk, Ben Gazzarra, solo per citare quelli più testardi, i partners di una vita spesa al massimo. L’omaggio che ho deciso di tributare a questo maestro presentava delle difficoltà strutturali. Non si può recitare Cassavetes e nemmeno rimetterlo in scena. Per avvicinarsi allo spirito della sua insonne, bulimica fame di verità, è necessario rifare l’intero abito, imbastirlo sulla pelle dei nuovi interpreti contando quanto meno sulla loro disponibilità a non ripetere mai niente nella stessa maniera. Il cast a disposizione in questo “anno venti” dello Studio Acting che dirigo a Roma aveva le fisionomie e gli ingredienti potenziali per tentare la sortita in una poetica così complessa. E allora ho deciso di tentare, chiedendo agli attori un impegno a sottoporsi alla sconcertante fusione di tre film diversi, senza preoccuparsi troppo della coerenza di questi salti. In questa prima fase del progetto, l’intento è di fornire allo spettatore una chiave di accesso all’umanità di cui trattano questi film, all’assenza di giudizio che li rende disturbanti e nobili allo stesso tempo, al vizio di vivere con le imperfezioni che ognuno di noi si porta dietro sapendo che comunque, se lo si consuma fino in fondo,  ne vale la pena.

Roma /Teatro Lo Spazio

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

Con Alexia  Germani, Luca Sarcinelli, Sergio Palma, Maria Federici, Laura Giulia Cirino, Elisa Leibelt,  Alex Moses, Rachele Luzi, Alessandro Trotta, Jais Mohamed, Giammaria Cauteruccio,

2012 / FRONTIERA DONNA

Una sterminata lamiera metallica solca l’entroterra americano, sfregiando i volti di Stati Uniti e Messico: è il Muro della Vergogna che catalizza orde di emigranti dall’America Latina. Violenze, corruzione, traffico di droga, abusi trovano, in quel territorio, il loro humus. Il corpo delle donne, in quel baratro di non-senso, è merce di scambio. La violenza sessuale è un giogo certo.

Roma /Teatro Studio Il Cedro

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

Con Angela Maria Lombardi, Annalisa Rapelli, Fanny Cerri, Floriana L'Arco, Marina Basile, Marina Collacchi, Gabriele Santi, Gianmaria Cauteruccio, Luca Sarcinelli

 

2011 / LA GIUSTIZIA E' UN VENTO

Il progetto parte dall’indagine svolta dal giornalista Luca Cardinalini e pubblicata in un libro di recente uscita (*) su alcuni cittadini di varia estrazione, età e cultura “morti di carcere”. Da Aldo Bianzino a Niki Aprile Gatti, da Stefano Frapporti a Diana Blefari, da Luigi Acquaviva a Sami Mbarka Ben Gargi, per citarne alcuni.La rielaborazione in chiave teatrale si propone di creare un percorso in cui l’asse narrativo si arricchisca di presenze fisiche, allusive, inserite in quei mondi reclusi di cui non si hanno tracce se non quando sfociano nel panorama mediatico. Più che illustrare le situazioni descritte esse avranno il compito di far sorgere le domande necessarie ad una riflessione su alcuni temi di rilevanza sociale, ed esistenziale che accompagnano la condizione di chi non è ancora abituato alla prigione e vive nel lacerante imbuto in cui sente soppressa la libertà e affievolirsi la speranza. Esseri solitari confrontati all’improvviso con un bagaglio di vita che sembra non avere più un indirizzo a cui tornare. In questa condizione entrano in gioco altre figure, coloro che hanno il compito non solo di custodire queste sorti incerte, ma anche di assisterle e in alcuni casi perfino di curarle. Da questi incontri, che forse non sono affatto casuali, si dipanano storie che non hanno riverberi poiché sono fatte di ombre, voci attutite da muri spessi e silenzi che finiscono per rivelare un sistema in crisi, una società che interiorizza nel carcere la crisi profonda che la percorre.L’esile filo che lega tutte queste persone e arriva, invisibile, fino a noi, corre sempre il rischio di essere smarrito in un labirinto che non è solo carcerario, lasciando vuoti quegli spazi in cui è in agguato la morte.

“La morte in carcere di un detenuto rappresenta un’evenienza sempre possibile. La morte ‘di carcere’ costituisce invece uno di quegli eventi che danno la misura di quanto in uno Stato siano o meno rispettati i diritti dell’uomo. Ciò spiega perché di fronte alla morte di un detenuto si impongano verifiche dettagliate e puntuali, tali da non consentire che permangano margini di dubbi”.

Roma /Teatro Studio Il Cedro

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

Con Fanny Cerri, Giusy Cicciò, Daro Arveda, Alesssandra Giorgetti, Gianmaria Cauteruccio, Marina Gimelli, Claudio Cicchinelli, Riccardo Ducci

 

 

2010 / SOGNO DI UNA COMMEDIA DELLA NOTTE

Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Nestor Davio, con il quale ho condiviso l'amicizia e l'immaginazione.La sua visione del teatro, alta e al tempo stesso irriverente, ma soprattutto allergica ad ogni convenzione, ha avuto un influsso decisivo sul mio lavoro.

E' notte, una piccola compagnia di attori si ritrova in una piazza. E' l'appuntamento convenuto per sciogliersi e dirsi addio.In quattro mesi di prove fallimentari non sono riusciti a mettersi d'accordo su nulla, nemmeno sul testo da portare in scena. Chi voleva "Il Sogno di una Notte di Mezza Estate", chi ha sabotato le prove per imporre un'inattendibile versione della "Dodicesima Notte". Lo "spettacolo immortale", scopo del loro incontro, si è trasformato in una guerriglia di ambizioni frustrate e crudeltà reciproche, dove ognuno ha sciorinato le proprie manie, il proprio assortimento divanità e superstizioni.Si tratta del doloroso nodo da sciogliere per i teatranti di ogni epoca: la visione che ognuno ha dello spettacolo in cui si ritrova, spesso suo malgrado. Questa commedia lievita naturalmente, fino ariprodurre sé stessa attraverso le debolezze e la megalomania di un mal assortito gruppo di attori. Il loro linguaggio, ricco di citazioni da Shakespeare, non solo li porta a "confondere notte con notte", "sogno con sogno", ma diventa un codice per mascherare le loro bassezze.I riferimenti a lingue straniere (un'attrice androgina è tedesca e l'attore martire è di origine spagnola) devono comunque adeguarsi alla lingua dei due servi (Chiappa e Sospiro), diretta, pungente e immersa in umori popolari.Sono proprio loro, i comprimari, a scatenare lo scontro di classe contro i protagonisti, illudendosi di ribaltare la condizione di vittime dello star-system.In questa sfida per il potere rispunta la matrice dei personaggi di Shakespeare, il gusto dell'intreccio che anima le sue commedie, una visione del mondo in cui c'è ancora spazio per grandi passioni, ma anche per la follia ossessiva di chi si ostina a fare spettacolo con quello che ha a disposizione, fosse pure uno spazio nudo.Sbarcati sulla piazza, come nella migliore tradizione, gli attori non se ne andranno finché non l'avranno conquistata con la loro storia.

Roma /Teatro Studio Il Cedro

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

 

 

2002 / L'ULTIMO MIRAGGIO DI ANDREAS ROTH

Il percorso di Andreas, un "clochard" che vive sotto i ponti, è segnato da un passaggio obbligato: restituire il denaro avuto in prestito da una donna in maschera, forse la Fortuna stessa. Dovrà depositarlo in una cassetta per le offerte alla santa che protegge i bambini, gli attori più preziosi e vulnerabili del futuro. Il suo senso della dignità gli impone quel gesto come unica condizione per potersi sentire ancora un uomo, ma per farlo deve tener testa ad una schiera di emarginati come lui, figure che lo riportano al passato, agli errori e alla dipendenza dall’alcool. Questi compagni di strada compongono il quadro di un’umanità inquieta, crudele, delirante, percorsa da un'ansia di riscatto senza sbocchi.
Restituendo il denaro, Andreas darebbe a loro un segno che l’amore, nei bassifondi del cielo in cui tutti abitiamo, è ancora possibile.
"La Leggenda del Santo Bevitore" di Joseph Roth è stato il punto di partenza, la forza ispiratrice di un progetto originale che desse spazio all’originalità di 14 attori.
La sfida ostinata e assurda di Andreas, il personaggio protagonista, in fondo Roth stesso alla vigilia della propria morte, era la premessa ideale per verificare la possibilità di un gruppo di lavoro deciso a fare del Teatro il proprio strumento di indagine. Nell’arco di un anno ho fornito a questi giovani attori le basi di una metodologia che fa capo ad una solida tradizione ricevendo in cambio entusiasmo, stimoli, idee. La scrittura "in progress" dello spettacolo ha inteso valorizzare le loro capacità e il livello raggiunto. In questo, mi sono attenuto come sempre al principio di Vachtangov, uno dei miei ideali maestri: "Creare senza essere sé stessi è impossibile".

Vasto / Teatro Rosssetti

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

 

 

1999 / QUANDO ERAVAMO NEL BOOM

Avventurarsi in un decennio è come guadare un fiume dalle fortissime correnti. Per elaborare un approccio ad un materiale tanto variegato ho proposto ad ognuno degli attori di provare a percepire la propria presenza in quegli anni, attraverso quello che ritenevano più stimolante: riviste, film, fotografie, etc.Non abbiamo seguito un ordine cronologico, non volevamo il rigore di una ricostruzione storica. Ci era molto più utile risalire lungo la corrente di ricordi presi in prestito, pellicole fuori moda, echi di un periodo già troppo remoto per l'età media dei partecipanti al progetto.Per questa ragione sottolineo che si tratta di una fase, di uno spettacolo che rispecchia alcuni filoni d'interesse partiti dal gruppo. Ognuno degli attori sapeva che in questo modo avrebbe tracciato tutt'alpiù un primo segno, dando un colore di fondo al ritratto di uno o più personaggi. L'originalità del progetto risiede non solo nel non imitare nessun altro spettacolo, ma anche nel non pretendere di esaurire l'argomento. Sta al pubblico decidere se c'è qualcosa da rimpiangere in quell'epoca. Noi l'abbiamo affrontata senza sentimentalismi, senza la certezza di sapere in che cosa saremmo riusciti. Per la prima volta si tratta di uno spettacolo senza una scrittura a monte. A differenza di "Il Viaggio di Pallina Rossetti" e "L'Ispettore", sono stati gli attori stessi a suggerirmi il loro ruolo, il loro campo di sensibilità e di interesse. Quindi, ciò che ho scritto e improvvisato sulla falsariga di queste linee di tendenza nasce dalla loro iniziativa. Questa è un'autentica conquista del gruppo e ne conferma, se ce n'era bisogno, il grande potenziale.

Lanuvio / Villa Sforza

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

 

 

1999 / IL VIAGGIO DI PALLINA ROSSETTI

Questo viaggio spettacolo parte dall'adattamento e dalla fusione di due racconti di Maupassant (Boul de Suif e M.lle Fifi) riambientati negli anni dell'ultima guerra, proprio alla vigilia dello sbarco alleato ad Anzio. I personaggi di questa commedia emblematica incarnano diverse classi sociali. La pavida aristocrazia, i borghesi nuovi ricchi che la rimpiazzeranno, gli intellettuali della futura sinistra, il clero (due monache), e la puttana, tutti assediati dalla paura e dal disagio. Il loro comportamento nel "cul de sac" in cui vengono a trovarsi diventa un indizio inquietante del futuro che si profila per l'Italia.In fondo, la liberazione che sta per avvenire non libererà nessuno di loro dalle premesse che dominano la vita ottusa e meschina che si ostinano a vivere. La tagliente ironia di Maupassant suggerisce e trova un'eco adeguata nei riferimenti al mondo dell'avanspettacolo (nato come teatro di guerra) che aleggia su tutta la vicenda. Ballerine un po' sguaiate, prostitute votate all'amor patrio, cantanti e soubrette dai nomi impalpabili avvolte nel fascino di canzoni che sono incise direttamente sul destino: "Un giorno ti dirò", "Signora Illusione", "Perchè non sognar", "Non passa più ".Il Viaggio di Pallina è diviso in due atti e un "Sogno". Il sogno della protagonista, la nobile prostituta dal cuore generoso, l'unica creatura del gruppo capace di ribellarsi agli invasori. Esso evoca tutti quei sogni in cui disperatamente cerchiamo di cambiare le cose, quel desiderio di trovare il coraggio che la guerra in tutti i suoi aspetti, storici, quotidiani e intimi vorrebbe sottrarci.

Roma / Teatro Le Maschere

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

 

 

1998 / L' ISPETTORE 

Siamo all'inizio degli anni '20, nella fosca transizione che, di fatto, avrebbe condotto l'Italia dalla monarchia alla dittatura. Una singolare inquietudine percorre le fibre nervose di una cittadina di provincia. Le autorità locali sono in subbuglio. E' dato per certo l'arrivo di un ispettore, naturalmente da Milano, che viaggerebbe in incognito per smascherare le loro disoneste imprese: è il panico.Il vecchio mondo, ancora intriso di suggestioni aristocratiche, sta cedendoalla prepotente ascesa dei nuovi poteri forti. Insomma, chi è che comanda?In questo spaesamento che permea l'aria, la gang dei corrotti cade vittima della "Sindrome dell'Autorità".Ma come riconoscere l'Ispettore?Come in un presagio dei tempi che verranno, annebbiatidalla paura e dalla colpa, il podestà e i suoi complici finiscono per sbagliare persona, attribuendo il potere di decidere del loro destino ad uno scavezzacollo squattrinato e vanesio.Questi, dopo averli spremuti a dovere, li abbandonerà, spezzando cuori e reputazioni. Ma non è finita qui.Un Ispettore, stavolta autentico, appena giunto in città li convoca per un faccia a faccia che non promette sconti.

Bastano questi brevi cenni per capire che la formidabile macchina teatrale concepita da Gogol non ha perso la sua attualità. "Gangs" di corrotti poi, in Italia, non hanno mai scarseggiato.Ma non è stato questo a spingermi ad un adattamento de "L'Ispettore". E' la pura teatralità che questi personaggi emanano, le loro croniche debolezze, le illusioni e le proiezioni che popolano il loro mondo di provinciali incalliti ed esageratamente umani.Non è quindi per tornare sugli scandali dei "profittatori di Stato", ormai riciclati fino alla nausea dai media, ma per proporre in teatro la chiave intima dei loro progetti, sorridere degli estenuanti sforzi a cui sono obbligati per conservare il loro grado e il loro potere altalenante. Anche se, come dice Gogol, "si adatta loro come una sella ad una vacca".

Roma / Festival delle Ville Tuscolane

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

 

 

1996 / SENZA FISSA DIMORA

Lo spettacolo è un ulteriore passo nell'esplorazione della "terra di nessuno" in cui abitano i dannati delle metropoli.Il testo è nato da una rigorosa serie di improvvisazioni guidate e successivamente ripetute prima di diventare struttura drammaturgica. La messa in scena porta all'estremo anche la condizione del pubblico e crea i presupposti per un incontro occasionale, fortuito, breve e intenso, ma senza amore. Non è così che avviene agli angoli delle strade, nelle stazioni, sotto i portici?Si tratta di uno spettacolo dove lo spettatore è itinerante e segue un percorso scandito da una cantante-sirena, che lo attira verso i personaggi e le loro storie. L'edificio teatrale è stato abolito sin dall'inizio, proprio per seguire la logica interna del materiale di cui questi frammenti di realtà sono composti.I diversi luoghi fisici in cui lo spettacolo è stato messo in scena, ad Ancona il Mercato delle Erbe durante il festival Estremo Occidente; ad Amandola un chiostro francescano durante il festival di Teatro; a Lanciano un tunnel sotterraneo nel centro della città; a Brescia i portici dell'ospedale psichiatrico, hanno sempre prodotto versioni diverse, rinnovando per gli attori, letteralmente circondati dal pubblico, la sfida di un testo da adattare a circostanze date nuove ed imprevedibili.Alla base di tutto c'era una domanda: che cosa porterei con me il giorno del mio naufragio?Oggetti, simulacri, feticci della memoria, indissolubili appendici di una deriva cronica, brandelli di una storia dissolta nella confusione di un nuovo giorno, alla deriva di una storia che non sarà mai più scritta.Qual'é l'inevitabile corollario dell'identità? Non più una carta con foto e misure, ma forse una grossa bugia condita di scuse, di rimorsi e di non-detti; il tentativo paradossale di adagiarsi contro il muro di una verità mai confessata per strofinarci la schiena. La grande opera finalmente è compiuta: il fiasco esaltante di un'esistenza che non interessa più a nessuno. In una parola, me stesso il giorno dopo.Il jazz avulso dal ritmo sociale che si balla insieme, l'ultimo tango del soliloquio puzzolente e sgraziato che si preferisce evitare all'angolo di una strada.Niente di sociologico, nessun indizio di "engagement" dell'ultima ora, a che servirebbe del resto, siamo tutti cittadini, spettatori del terzomondismo che dilaga nella nostra esistenza. Perché ripetersi?Bisognava dare una voce al proprio golem in agguato, il potenziale fuggiasco che abita in noi, l'ombra di un aquilone che ci è sfuggito di mano e si è andato a posare su un marciapiede qualunque, in un posto qualunque del più fantastico degli epiloghi: la vigilia del Terzo Millennio.Non si può volare troppo in alto quando tutte le frequenze sono occupate, come le case, le dimore, appunto, da cui in una giornata di pioggia ci si è allontanati, per un pacchetto di sigarette, o per un calcio nel culo. Un grande silenzio, impestato di traffico e di maledizioni, all'interno del quale si sopravvive sbarcando il lunario dell'altra faccia della Luna.Non si può chiedere aiuto, al massimo rifugiarsi in uno scatolone, dietro un acquerello a buon mercato, nel vortice di una banderuola che gira come un semaforo impazzito, nel vuoto di una bottiglia scolata.Al di là di tutto, si può sempre fingere un miracolo oppure, ancora una volta, avere fede e dire basta.

Ancona / Teatro Stabile

Testo e regia di Riccardo de Torrebruna

 

 

 

 

 

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